La morte di papa Francesco è l’avvenimento religioso degli ultimi decenni che più ha toccato nel profondo i laici di tutto il mondo. L’impatto della sua morte sull’immaginario è paragonabile in tal senso solo a quella di Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano II, non certo a quella di Giovanni Paolo II, figura molto amata in alcuni contesti come i paesi dell’Est Europa ma invisa in altri come il subcontinente latino-americano, legato invece alla biografia di Bergoglio. Potremmo dire che proprio l’apprezzamento di un certo mondo non cristiano ha reso semmai più ostile una parte della Chiesa nei suoi confronti. 

Apparentemente, il messaggio evangelico di papa Francesco mette tutti d’accordo. Nessuno come lui si è fatto interprete di un impegno per la pace e la difesa degli ultimi e, come tale, in queste ore viene ricordato. Ma di quale pace ha parlato Francesco nel corso del suo pontificato? Non certo della pace invocata da Trump e da Putin, verso la quale Bergoglio ha sempre espresso posizioni eterodosse rispetto alla geopolitica prevalente – anche in merito alle politiche migratorie attuate dal presidente americano ai confini con il Messico –, né quella pace in cui si riconosce la presidente del Consiglio nel dichiarare che sulla scia di Bergoglio «cammineremo in questa direzione, per ricercare la strada della pace, perseguire il bene comune e costruire una società più giusta e più equa», parole che smentiscono le attuali politiche migratorie del governo, che hanno un impatto non irrilevante sull’intero bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente. 

Se indubbiamente l’impegno per la pace è stato essenziale nel pontificato di papa Francesco, esso va interpretato non solo alla luce delle sue encicliche ma anche dei tanti interventi pubblici che nel corso degli anni hanno definito in maniera chiara la sua visione del mondo, legata a un’idea di Chiesa globale in cui l’Europa era soltanto una delle realtà con cui confrontarsi. Ne è derivata la grande attenzione al tema delle migrazioni a partire dall’ormai celebre visita a Lampedusa, primo viaggio compiuto dal Papa dopo la sua elezione nel 2013, a quelli successivi a Lesbo (2016 e 2021), alla preghiera dopo la strage di Cutro del 2023.  In una intervista a «La Civiltà Cattolica» del 2017 Bergoglio dichiarava che «la grave crisi umanitaria è legata al dramma delle migrazioni che è il vero nodo politico globale dei nostri giorni» e nella Lettera Enciclica Fratelli Tutti del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale denunciava che di fronte ai migranti «non si dirà mai che non sono umani, però in pratica, con le decisioni e il modo di trattarli, si manifesta che li si considera di minor valore, meno importanti, meno umani. È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, e la legge suprema dell’amore fraterno».  

Il discorso sul ruolo delle donne nella Chiesa per “un riconoscimento più pieno dei loro carismi” così come l’accesso al ministero diaconale è un aspetto che rimane ben lungi dall’essere risolto

La pace, dunque, non può essere disgiunta da una continua e tenace attenzione per i poveri, intesi come «tutti coloro che non hanno il necessario per condurre una vita dignitosa».  Una visione della povertà estensiva che alla luce dei documenti del Sinodo sulla Sinodalità va interpreta soprattutto in una chiave legata alle diseguaglianze: non solo quindi i migranti e i rifugiati dalle zone di guerra ma anche i popoli indigeni, coloro che subiscono violenza e abuso come le donne; le persone con dipendenze e tutte quelle minoranze a cui viene sistematicamente negata una voce; le vittime del razzismo, dello sfruttamento e della tratta (in particolare i minori) e i lavoratori sfruttati. 

Il discorso sul ruolo delle donne nella Chiesa per «un riconoscimento più pieno dei loro carismi» così come l’accesso al ministero diaconale è un aspetto che rimane ben lungi dall’essere risolto, pur riconoscendo che «non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa». Gli scarsi voti a favore ricevuti su questo punto nel documento finale della II sessione del Sinodo sulla Sinodalità mostrano in tal senso una Chiesa ancora arroccata su posizioni conservatrici. (Documento Finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 2-27 ottobre 2024, “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione”). Un discorso che peraltro non incide sul magistero morale di Bergoglio che nella sua visione della salvaguardia della vita in ogni sua forma si è sempre dimostrato contrario all’aborto e, di conseguenza, ha mantenuto una evidente limitazione del potere delle donne sul proprio corpo.

Nonostante questi limiti si tratta comunque di un radicale rinnovamento della “dottrina sociale della Chiesa” (definizione coniata nel 1941 da papa Pio XII, che riprendeva alcuni concetti espressi nella Rerum Novarum di Leone XIII sulla dignità della persona umana) che rimanda sullo sfondo alla Teologia della Liberazione con la quale pure Bergoglio aveva avuto un rapporto controverso, ma che nel 2018 lo vide proclamare santo Monsignor Óscar Romero.

morte papa,morte papa francesco,sabina pavone,fratelli tutti,sinodalità papa,zuppi papabili,gesuiti del mozambico,sinodo per l'amazzonia,sinodo sulla sinodalità,fratellanza umana per la pace,Papa Francesco islam

Tra i diversi pronunciamenti che negli ultimi anni hanno suscitato un dibattito fortemente polemico all’interno della stessa Chiesa cattolica vi è stata ad esempio la dichiarazione Fiducia supplicans (18 dicembre 2023) con la quale il Dicastero per la dottrina della fede riconosceva la possibilità di benedire le coppie con situazioni irregolari come quelle dello stesso sesso. In quell’occasione è emerso come all’interno della stessa Chiesa fosse ancora pervicace quello che, per papa Francesco, ne rappresentava uno dei mali peggiori e cioè il clericalismo. 

Da una parte un approccio volto a considerare la Chiesa una comunità di eletti, difesa da alti paletti, dall’altra una chiesa intesa come accoglienza, amore e misericordia in cui il punto non consisteva nel mettere in discussione il dogma o la sacralità del matrimonio ma nella scelta di non far sentire esclusi tutti coloro che, pur non potendo accedere ai sacramenti, sentono la necessità di far parte della comunità dei fedeli cattolici. Riprendendo le parole del cardinal Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (e tra i papabili per il nuovo Conclave) una «Chiesa [che] comunica l’amore che spiega la regola e la rende viva e questo avviene ristabilendo un rapporto con tutti. Il mondo non è bianco e nero e richiede ascolto, discernimento, accoglienza». “Discernimento” è stato un vocabolo molto caro a papa Francesco, legato alla sua identità profondamente gesuita, quel “dovere dell’intelligenza” che punta al dialogo e non alla chiusura. 

Ci sarà tempo per fare un approfondito bilancio del pontificato di papa Francesco, ma forse quello che si può dire oggi è che, in mancanza di altre leadership in grado di guardare oltre i propri interessi nazionali, Bergoglio ha provato a immaginare un mondo diverso in cui la politica fosse intesa in senso alto

Un altro termine amato da Bergoglio, eredità della sua origine latino-americana, è stato quello di “meticciato”: «mescolare ti fa crescere, ti dà nuova vita. Sviluppa incroci, mutazioni, e conferisce originalità. Il meticciato è quello che abbiamo sperimentato, ad esempio, in America Latina». (Dialogo con i gesuiti del Mozambico). Da questa prospettiva volta al dialogo (la Chiesa dell’ascolto) e al meticciato va interpretato il recupero da parte di Bergoglio dell’ecumenismo come valore fondante del cristianesimo. I viaggi apostolici del pontefice sono stati il segnale di questo mutamento di prospettiva della diplomazia pontificia, così come la moltiplicazione dei cardinali venuti da territori periferici rispetto al centro della cristianità e le relazioni stabilite con le altre grandi religioni monoteiste, dall’ebraismo all’islam. Costruire ponti e aprire porte è stato il messaggio affidato nel 2019 al Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, scritto con l’imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb. Un messaggio divenuto indubbiamente di sempre più difficile realizzazione in un mondo funestato dalle guerre, («una terza guerra mondiale a pezzi»): dall’attacco della Russia all’Ucraina alla guerra a Gaza, che Bergoglio ha sempre seguito da vicino non esitando ancora domenica, nel messaggio di Pasqua, a definire «ignobile». Ma in passato si è espresso più volte anche sul genocidio in Ruanda (1994) chiedendo perdono per la corresponsabilità di una parte della Chiesa cattolica nel massacro dei Tutsi. 

Ci sarà tempo per fare un approfondito bilancio del pontificato di papa Francesco, ma forse quello che si può dire oggi è che, in mancanza di altre leadership in grado di guardare oltre i propri interessi nazionali, Bergoglio ha provato a immaginare un mondo diverso in cui la politica fosse intesa in senso alto, come difesa del bene comune e dello stesso pianeta, si pensi all’enciclica Laudato sii ma anche al Sinodo per l’Amazzonia del 2019 e all’ultimo Sinodo sulla Sinodalità (di cui si attende ancora la terza e conclusiva tappa) dove l’emergenza climatica occupa un posto centrale. 

L’allegoria della barca usata da Francesco sul Sagrato di San Pietro durante la pandemia del 2020 («Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti») nonostante le parole di speranza rimanda al ricordo di un papa solo in piazza san Pietro. Un’invocazione a remare insieme ma anche espressione di una profonda solitudine. 

La Chiesa dell’ascolto di papa Francesco è ben lungi oggi dall’essere stata realizzata. Volendo continuare con la metafora della barca siamo ancora in mezzo al mare e solo l’elezione del nuovo pontefice ci dirà se il messaggio di Bergoglio sia stato o meno interiorizzato dalla Chiesa di Roma. Una Chiesa che il Papa avrebbe voluto più vicina a quell’«opzione preferenziale per i poveri» invocata dalla II Conferenza dell’Episcopato latino-americano di Medellin nell’ormai lontano 1968.