Helen Phillips, statunitense, classe 1981, già autrice di due romanzi e di due raccolte di racconti, ha pubblicato nel 2024 Um, un’opera distopica che racconta un mondo in cui le persone, per rimediare alle proprie difficoltà economiche, si sottopongono dietro compenso a procedure sperimentali eseguite da robot che stanno rimpiazzando gli umani. Ho avuto occasione di incontrare l’autrice a Roma, qualche settimana fa, per il lancio della traduzione italiana del libro (Nottetempo edizioni, traduzione di Emilia Benghi). Ne è nato un dialogo sulle ambivalenze della società della sorveglianza, sul senso che le dinamiche familiari e, più in generale, le relazioni umane possono conservare in una tale società. E sul significato sempre attuale della scrittura d’invenzione.
In un mondo che è ormai una distopia realizzata dove la realtà supera la fantasia, qual è il ruolo della letteratura di invenzione? E perché in un romanzo di invenzione hai deciso di infilare frammenti di una realtà praticamente stranger than fiction?
Ambientare il romanzo in una realtà leggermente alternativa mi ha concesso la flessibilità necessaria a esplorare a fondo e con più enfasi le ansie contenute nel libro: gli effetti della sorveglianza, l’intelligenza artificiale, il cambiamento climatico, l’isolamento sociale. In quasi tutta la mia opera ho trovato liberatorio avere una premessa di tipo “e se…?”: mi permette di immaginare senza sentirmi zavorrata dalla realtà. Al contempo, mentre scrivevo Um ho pensato spesso alla celebre osservazione di Margaret Atwood: «Quel che bisogna tenere a mente è che nel Racconto dell’ancella non c’è nulla di inedito rispetto alla società, a eccezione di tempo e luogo. Tutto quello che ho scritto è stato fatto in passato, più di una volta». Per quanto il mio libro risieda nell’ambito della speculative fiction, affonda le sue radici nel mondo di oggi (come si può notare dalle fonti citate in appendice). Da sempre vengo commossa e ispirata da scrittori che usano le realtà alternative per riflettere con più chiarezza sulla vita che tutti conosciamo: Atwood, ovviamente, ma anche Gabriel García Márquez, Ursula K. Le Guin, Octavia Butler, Samanta Schweblin, Franz Kafka, Jorge Luis Borges, Italo Calvino, Dino Buzzati. Avventurandoci al di là della realtà a noi nota grazie alla narrativa d’invenzione possiamo approcciarci a essa con una nuova prospettiva, e vedere con sguardo lucido tutto ciò che forse diamo per scontato.
Nel romanzo vediamo una società della sorveglianza: riconoscimento facciale, impronte ecc. Fra tutto il gran parlare che si fa del corpo delle donne, dell’oggettificazione, del fat shaming, della body positivity e compagnia bella, si parla poco del corpo come insieme di dati biometrici, e invece è una questione delicatissima. Perché ti interessava parlare di questo e quanto pensi che siamo lontani da una società basata sulla sorveglianza biometrica?
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