Se un giorno dovessi creare un gioco da tavolo, il mio pungolo sarebbe uno solo: che non sfigurasse rispetto ai giochi di Reiner Knizia, per me il più grande game designer al mondo. Nella costruzione di quel motore di gioco, ad ogni ingranaggio posizionato, ad ogni cremagliera oliata, mi chiederei: ma a Knizia piacerebbe?
Cambiano le cose se un giorno dovessi scrivere un libro sul mostro di Firenze. Il mio punto di riferimento da non deludere non sarebbe il più bravo giornalista investigativo, ma – lo ammetto – il Mostro stesso. Che vorrei si sentisse rappresentato e raccontato nella sua complessità (ben altra rispetto a quella dei tamarri della Magliana e di Scampia) ma soprattutto nell’abissale storia che ne porta il nome. Questa premessa, forse insana, è per mettere le mani avanti. Non sono un critico cinematografico né mi va di dare i voti a niente nella vita, conscio del lavoro che c’è dietro a ogni opera e di quanto poco di questo arrivi a chi guarda, alza la paletta e passa oltre. Per questo detesto scrivere recensioni e infatti questa non lo è. Qua mi riferisco solo alle mie limitatissime, ma endemiche e precise corde da appassionato da sempre di questa vicenda.
Stefano Sollima, autore della serie televisiva Il mostro, ha sempre tenuto a dire che si è studiato tutto sull’argomento “Mostro di Firenze”. Ecco, è apprezzabile la sua scelta, ma io penso che non sia sulla fedeltà ai fatti che si gioca una serie sul Mostro. È una storia Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti