Due uomini inquadrati dall’alto avanzano lentamente sul ghiacciaio. Diventano sempre più piccoli – due puntini neri su una distesa bianca – fino a quando la macchina da presa li abbandona per mostrarci la montagna che si apprestano a scalare. Aspettiamo con una certa trepidazione di vedere la vetta ma la panoramica sembra non finire mai, perché il Gasherbrum II è gigantesco e spaventoso, un susseguirsi verticale di rocce, neve e ghiaccio. Gigantesco ma non invincibile, perché i due piccoli uomini sono due grandi alpinisti, Reinhold Messner e Hans Kammerlander, che nel 1984 riescono nell’impresa di concatenare due ottomila, il Gasherbrum II e il Gasherbrum I, in stile alpino, senza supporti esterni, senza ossigeno supplementare. A filmare questa impresa o, meglio, a seguirla fino al campo base e ad attendere il ritorno dei due è Werner Herzog. E sono il suo sguardo impassibile ma attentissimo, le sue domande essenziali e dirette, in particolare a Messner, a fare di GasherbrumLa montagna di luce un film in cui si può comprendere, pur senza vedere da vicino l’azione concreta di chi scala, che cos’è l’alpinismo estremo – la sua crudezza e insensatezza. Nel documentario di Herzog non c’è retorica né enfasi, perché a creare il pathos è sufficiente la sproporzione, il rapporto impari tra uomini e montagne. Lo spettacolo, d’altronde, è la montagna stessa, solo apparentemente immobile, abbagliante, minacciosa, smisurata.

In questa tensione tra attrazione visiva e rischio reale sta gran parte del fascino di questi film, che contribuiscono a definire l’idea, sempre attuale, della montagna come luogo in cui i limiti fisiologici e tecnologici sono costantemente messi alla prova

Che la montagna sia un soggetto cinegenico non è certo Herzog a scoprirlo. Lo sapevano i primi cineoperatori, che

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