Nel 1967 Valerie Solanas finisce di scrivere il suo Manifesto SCUM e si adopera per farlo conoscere nonostante i rifiuti editoriali. Ciclostila duemila copie che vende a mano per le strade, un dollaro per le donne, due dollari per gli uomini, cercando di colmare l’isolamento e l’emarginazione sociale che l’avrebbero perseguitata per tutta la vita attraverso la provocazione, giocando in attacco. Il bersaglio polemico sono gli uomini: «Il maschio è completamente egocentrico, prigioniero di se stesso, incapace di osmosi con le cose, di identificazione con gli altri, di amore, di amicizia, di affetto, di tenerezza. Un animale completamente isolato, incapace di relazionarsi con chiunque. Le sue risposte sono del tutto viscerali, mai cerebrali. La sua intelligenza non è che uno strumento al servizio dei suoi impulsi e bisogni. Oggi è diventato tecnicamente possibile riprodurci senza l’aiuto dei maschi e produrre solo femmine». Solanas considera la società come un sistema mirato a estromettere tanto le donne quanto tutte quelle soggettività considerate antisociali e le parole sono un salvagente da gettare verso il mondo. La retorica emotiva e il tono polemico e acceso lavorano per creare un’atmosfera di complicità con il pubblico. Manifesto SCUM è un testo per chi già crede in quello che legge – gli altri, prevedibilmente, si incazzeranno a morte, ed è esattamente quello che l’autrice desidera –, accende le coscienze ma non lascia spazio al dibattito, afferma senza nessuna esitazione la correttezza della sua posizione politica, provoca e gioca con l’allure di una violenza eccessiva in grado di evocare una risposta antisociale anche dal pubblico. L’aspetto performativo del manifesto dà vita a qualcosa che prima non esisteva: un’identità politica e sociale per chi si sente SCUM (“feccia”). Le donne SCUM sono, secondo la definizione dell’autrice «dominanti, sicure di sé, sprezzanti, violente, egoiste, indipendenti, orgogliose, in cerca di emozioni, libere e arroganti, donne che si considerano adatte a governare l’universo».
Gli uomini non sono mostruosi perché sono potenti, ma perché sono infantili, patetici, bugiardi e anche piuttosto prevedibili. Gli uomini sono il contraltare perfetto alle donne SCUM, perché di certo non sono particolarmente adatti a governare l’universo, almeno non un universo in stato di veglia
Nel 2025, ben diverso è il caso di Manon Garcia e del suo Vivere con gli uomini. Come Emmanuel Carrère nel suo celebratissimo L’ Avversario, uscito nel 2000, Garcia segue e racconta il processo di un mostro, in questo caso Dominique Pelicot, tristemente noto per aver organizzato tra Parigi e Mazan un ingente numero di stupri ai danni della propria moglie, Gisèle, gonfia di droghe e sonniferi e ignara di quello che le stava succedendo. Il processo a Pelicot e a cinquanta degli uomini che hanno partecipato alle violenze su Gisèle viene documentato con partecipazione e senso di appartenenza: «Stamattina vedo che questo processo scuote qualcosa in noi, noi che aspettiamo tutte insieme». Alternando una disamina psicologica, giuridica e filosofica a richieste più o meno velate di vergogna, penitenza e confessione al genere maschile tutto, Garcia descrive la sua esperienza del processo. La sua sensazione è che il caso Pelicot la riguardi in prima persona: «Filosofa, specialista di questioni femministe e in particolare dei concetti di “sottomissione” e di “consenso”, da mesi sono totalmente risucchiata da questa vicenda, che mi appare come un’infinita declinazione di tutte le questioni che mi appassionano da una quindicina d’anni». Gisèle Pelicot, imbrogliata, tradita, ceduta dal marito come un pezzo di carne, è una vittima perfetta di un sistema che dalle donne si aspetta esattamente questo, la perfezione, la resistenza, la resilienza e il decoro. Garcia lo ripete spesso, Gisèle Pelicot «incarna una forma di dignità della vittima», non ha niente di cui vergognarsi e il processo può svolgersi a porte aperte perché è un simbolo di resistenza al potere. Il problema è che questa affermazione contiene una fallacia argomentativa. Lo stupro – e in particolare quelli di Mazan – non ha solo a che fare con il potere, con il controllo e con la sopraffazione, ha a che fare soprattutto con l’incapacità di gestire la possibilità del rifiuto e con la fragilità di chi lo perpetra. Tralasciando l’etica, cosa c’è di più semplice che violentare una donna che dorme? Gli uomini non sono mostruosi perché sono potenti, ma perché sono infantili, patetici, bugiardi e anche piuttosto prevedibili. Gli uomini sono il contraltare perfetto alle donne SCUM, perché di certo non sono particolarmente adatti a governare l’universo, almeno non un universo in stato di veglia.
Vivere con gli uomini non svela particolari segreti sul patriarcato. Mentre elenca le gesta semipornografiche degli stupratori di Mazan, Garcia non dubita nemmeno per un momento della verità, della forza e della potenza del mostruoso maschio tossico, intrinsecamente stupratore e odiatore di donne. Se da un lato niente può spiegare, in una dimensione privata, perché più di cinquanta uomini “normali” abbiano deciso di stuprare una donna sconosciuta e in apparente stato di coma, può farlo la cornice storico-culturale: «Nessuno, nemmeno tra le femministe più radicali, pensa che tutti gli uomini presi separatamente siano colpevoli al pari di Dominique Pelicot o dei suoi accoliti, ma tutti quanti prendono parte a dei rituali, sottoscrivono valori ed esaltano comportamenti». Lo stupro, in questa cornice, non è una devianza dalla norma, ma una prevedibile conseguenza dei rapporti eterosessuali. Gli uomini colpiranno, anche se non sappiamo quando.
Se Solanas aveva le idee chiare – sparare a Andy Warhol cos’è in fondo, se non un tentativo di riappropriarsi dei concetti maschili di violenza e conquista del territorio (artistico)? – il discorso femminista contemporaneo sulla mascolinità appare irreversibilmente legato a ideali di educazione, decostruzione, progresso
In questa visione del mondo, dove la vita delle donne sembra una lunga passeggiata in una stanza piena di lupi affamati, Garcia ribadisce l’indissolubilità del legame tra mascolinità violenta e desiderio sessuale. Confonde la possibilità di provare pulsioni con la decisione di metterle in pratica: «E da quando ho visto il primo video, una domanda mi ossessiona: gli uomini hanno davvero bisogno che le donne siano vive per aver voglia di penetrarle?». Si rammarica della paura del giudizio a cui la vita con gli uomini la costringe: «Pedalo veloce. Voglio smettere di ascoltare. Al prossimo semaforo, spengo. Ma è così bella questa canzone, fa venire voglia di cantare a squarciagola. Non ho voglia che il patriarcato mi tolga questa gioia, cantare mentre pedalo di mattina».
Ma il mostruoso maschio tossico, intrinsecamente stupratore e odiatore di donne, è un’etichetta che, come sottolinea Manolo Farci nel suo Quel che resta degli uomini (Nottetempo, 2025), moralizza e costruisce un nemico senza complessità. Se Solanas aveva le idee chiare – sparare a Andy Warhol cos’è in fondo, se non un tentativo di riappropriarsi dei concetti maschili di violenza e conquista del territorio (artistico)? – il discorso femminista contemporaneo sulla mascolinità appare irreversibilmente legato a ideali di educazione, decostruzione, progresso. Gli uomini che non vogliono morire cristallizzati nel ruolo del carnefice devono diventare buoni, come noi che, a quanto pare, non saremo mai «dominanti, sicure di sé, sprezzanti, violente, egoiste, indipendenti, orgogliose, in cerca di emozioni, libere e arroganti, donne che si considerano adatte a governare l’universo».