«Era l’inizio del 1941. Giocavamo all’infinito, tutti i giorni e tutto il tempo, all’Air-Bel e al caffè Brûleur de Loups, con un bicchiere di vino bianco. “Allora, giochiamo?” diceva Breton, e bisognava giocare».
Così il pittore e scultore Jacques Hérold rievocava in un’intervista i giorni di precaria, tenace, tragicamente ludica libertà a Marsiglia, quando metà della Francia era già occupata dai nazisti. Molti surrealisti si erano raccolti lì per fuggire da Parigi, per aspettare i visti che li avrebbero fatti salpare verso gli Stati Uniti e il Messico, verso la pace, la sicurezza, l’esilio. E allora cosa poteva esserci di più surreale che giocarsi all’infinito la vita a carte? E dar loro immagini nuove, inventare figure da Arcani dei tarocchi più che dal mazzo abituale?
Quattro di quei disegni compaiono ora nella magnifica mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, a cura di Paolo Plebani, visitabile all’Accademia Carrara di Bergamo fino al 2 giugno. Un’esposizione che squaderna tutto un universo figurativo e simbolico, e ne rivela i risvolti insieme quotidiani e visionari, saldamente tangibili (le carte sono pur sempre da maneggiare, coprire, girare) eppure enigmatici, capaci di rammentarci l’altitudine della virtù, di scrutare tra gli eventi del futuro, di condurci nelle profondità di noi stessi.

Non stupisce perciò che in oltre sei secoli di storia i tarocchi abbiano Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti