Un giorno lo scrittore alza gli occhi – stava scrivendo, non importa cosa – e guarda la parete dei vocabolari. Senza nemmeno bisogno di alzarsi dalla sedia – lo scrittore scrive su un tavolino stretto, addossato alla parete dei vocabolari – può raggiungere il Tommaseo-Bellini – nei venti volumetti dell’edizione economica Bur –, il Tommaseo dei sinonimi, il Fanfani-Rigutini e il Fanfani dell’uso toscano, il Bonghi ovvero il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze – direttamente ispirato dal Manzoni, che però morì prima di vederlo stampato –, due diverse edizioni del Moderno del Panzini – una prefascista, una fascista –, l’Etimologico di Cortelazzo e Zolli, il Nomenclatore del Premoli, e poi naturalmente i dizionari d’oggi, lo Zingarelli, il Devoto-Oli, e appena più in là il Calonghi e il Rocci. Alzandosi, a sinistra dello scrittoio trova una collezione di dizionari speciali, dal Domestico del Carena al Dizionario istorico, teorico e pratico di marineria di monsieur Savérien, dal minuscolo Dizionario delle voci guaste o nuove e de’ francesismi introdotti nelle lingue militari d’Italia di Mariano D’Ayala – regalo della sua amica Lucia – al colossale Giardino degli epiteti, traslati, e aggiunti poetici di Giovambattista Spada – una fattura trovata tra le pagine testimonia che negli anni Sessanta il medesimo volume era stato posseduto da Fredi Chiappelli, il cui nome, tanti anni fa, quando frequentava il liceo, faceva tanto ridere lo scrittore, che studiava la Commedia in un’edizione Mursia commentata appunto da Fredi Chiappelli. A destra dello scrittoio trova invece una quantità di libri che, senza essere dizionari, o senza proclamarsi tali, di fatto lo sono, o ai vocabolari sono affini: il Barbaro dominio di Paolo Monelli, il Vitupèro dell’Idioma e l’adunata de’ mostri di Umberto Silvagni – regalo dell’amica Daniela –, il Dizionario delle immagini e il Dizionario delle voci di Dino Provenzal, l’Ape latina, un Regia Parnassi – l’edizione paraviana di fine Ottocento – il Dizionario delle cose belle di quel sublime cretino che fu Paolo Mantegazza, il Trattatello di retorica di Leo Pestelli, il Si dice o non si dice? di Aldo Gabrielli – non ricorda più, lo scrittore, se la rubrica che leggeva da ragazzo in «Famiglia cristiana» fosse scritta da Pestelli o da Gabrielli; propende per Pestelli, per ragioni piemontesi. Non mancano lo Hazon d’inglese, un Littré in volume unico, un francese dei sinonimi, un vocabolarietto serbocroato-romeno preso nello scaffale del bookcrossing di un albergo – lasciò, in cambio, un La vita istruzioni per l’uso di Perec in edizione tascabile. Come ha fatto tante volte, quante volte?, come ogni giorno gli capita di fare più volte, lo scrittore ammira la parete dei vocabolari – che sono di più di quelli che abbiamo citati a titolo d’esempio.

Naturalmente la parete non è lì solo per bellezza, o per essere ammirata: la parete dei vocabolari è una macchina, e lo scrittore mentre scrive – più facilmente mentre riscrive, controlla, corregge le proprie cose scritte, e più ancora quando lavora, poiché è di questo che campa, su cose scritte da altri – continuamente tira giù, consulta, raffronta, rimette al posto – lo scrittoio è piccolo, non può tenerci sopra tanti libri aperti –; ma la parete dei vocabolari è anche la fonte delle gioie, e lo scrittore quando non ha urgenze di lavoro si mette lì e tira giù questo o quel vocabolario, lo apre a caso, o più spesso seguendo una curiosità per una parola bizzarra o poco usata o tecnica – oggi gli è capitato con la parola «solluchero», ieri con «ouverture» – ma non raramente a incuriosirlo sono le parole d’uso più comune – che differenza c’è tra un «catino» e una «bacinella»? tra un «mastello» e una «tinozza»? e, se c’è, tra un «mastello» e una «mastella»? – o quelle che per la loro semplicità possono significare più o meno qualunque cosa – quante locuzioni esistono con la parola «mano» o con la parola «sotto»? Per lo scrittore imparare il più possibile sulle parole è un bisogno, è un desiderio, è un piacere, è uno spasso; benché lui, come scrittore, sia poi uno che scrive con le parole più semplici, le parole di tutti i giorni, e a fare il conto del numero di quante ne usa verrebbe da domandarsi: ma che cosa se ne fa, di tutti quei vocabolari? Eh, risponderebbe lui, cosa volete che vi dica: la lingua è un sistema, e ogni volta che usiamo una parola la scegliamo non solo per sé stessa, anzi neanche tanto per sé stessa, ma soprattutto per la relazione con tutte le altre parole possibili che potrebbero stare al posto di quella, o che potrebbero starle accanto, nonché con tutte le parole che da quella vengono evocate, e che risuonano nel testo proprio per la loro assenza. Per esempio: scrivo un’email, come ne scrivo tante ogni giorno, e comincio scrivendo: «Buondì»; e questo «Buondì» vale di per sé, naturalmente, ma vale anche – e ancora di più – per tutte le alternative delle quali, rendendosi presente, dichiara l’assenza: il «Buongiorno», il «Ciao», il «Salve», il «Come va?» – perché c’è gente che comincia le email dicendo: «Come va?», e non sono poche – ma anche il «Distinto signore», il «Gentile professoressa», il «Cari voi», e così via. Io scrivo sempre «Buondì», direbbe lo scrittore, e per chi è in corrispondenza con me io sono quello che scrive «Buondì», così come per i negozianti del quartiere – faccio il giretto di spesa tutti i giorni, la mattina presto – sono quello che ha sempre la coppola in testa, d’inverno come d’estate: io sono quel «Buondì» come sono la mia coppola – le mie coppole: di lana d’inverno, di cotone o di seta d’estate – e non sono un «Buongiorno» o un «Salve» così come non sono un colbacco o un panama o una cuffia di lana o una bandana o una testa scoperta. La parola «Buondì» naturalmente non l’ho imparata dai vocabolari – la uso perché la usava mio padre, e la uso perché è meno usata delle altre parole alternative: mi suona insieme familiare e un po’ civettuola, e appaga il mio snobismo – ma dai vocabolari ho imparato in cosa è differente da tutte le altre parole che potrei usare al suo posto. Così risponderebbe, lo scrittore, e siccome è uno che quando parla tende – sarà anche l’età – a ripetersi, aggiungerebbe: mi servono, i vocabolari, per sapere tutte le parole che non è opportuno che io usi, perché non sono le mie: le mie parole sono le mie parole, e io non voglio impossessarmi di tutte le parole che non sono mie, ma voglio sapere che relazione c’è tra le parole che sono mie e tutte le altre parole, primo per essere sicuro che le parole che mi sembrano mie lo siano davvero, secondo perché voglio farmi l’idea più precisa possibile dell’effetto che può fare, in chi mi legge, l’assenza di tutte le parole che non sono mie. Per fare un esempio facile, da manuale: che effetto ha, in chi mi legge, l’assenza da tutti i miei libri della parola «volto»? Devo saperlo, perché non l’ho scritta veramente mai. Uno legge un libro, un libro che si dà anche un certo tono, e si aspetta che i personaggi abbiano dei volti; e invece no, nei libri miei i personaggi hanno solo dei visi o delle facce. E questo vale per tutte le parole: perché un libro non è solo un cumulo di parole, un libro è anche un cumulo, molto più grande, di esclusioni di parole. Un mio amico fotografo, continuerebbe lo scrittore, dice che scattare una fotografia è come mettere le virgolette a un pezzo di realtà, ma le sue fotografie virgolettano sempre dei pezzi di realtà che non si capisce mai perché lui abbia voluto virgolettarli: spesso non si saprebbe dire qual è, di una sua fotografia, il soggetto; non si saprebbe dire che cosa ha effettivamente fotografato: si vedono dei prati, o delle case, ma niente che sembri veramente degno di essere fotografato, ossia virgolettato. E così io direi che il mio amico fotografo, ogni volta che scatta una fotografia, non mette le virgolette attorno a quel pezzo di realtà che fotografa, ma piuttosto mette le virgolette attorno a tutta quella realtà che nella fotografia non c’è, è dalla fotografia spinta nell’assenza, lasciata fuori, esclusa, abolita, soppressa, negata, ridotta all’inesistenza. Alla domanda dunque, che gli si potrebbe fare, se lo scopo del suo scrivere sia nient’altro che manifestare l’assenza della parola «volto», lo scrittore con un sorriso che è anche d’imbarazzo – perché lo sa, lo sa, di avere un poco esagerato – risponde: sì.