Per ottenere il rispetto della popolazione carceraria maschile Zaynab ha deciso di fingersi sposata con figli. 

Ogni volta che la vedo mi chiede come vanno i colloqui con Mariam. Rispondo che ho quasi concluso la relazione, ormai. Quando scrivo per lavoro i contenuti mi sembrano tutti significativi, ogni parola perde la sua inconsistenza, la prosa si presta a una certa agitazione materiale, ma forse è un’illusione dovuta al fatto che parlo di persone che conosco. Le ritengo tutte incapaci di mentire. Stasera invierò a Zaynab il testo per avere un suo parere; lei fa un uso della scrittura che mi interessa e che non so riprodurre: io, un gesto da compiere più che un risultato da conseguire. La stimo molto: per le sue ambizioni. Più volte avrei perso il posto di lavoro se non fosse stato per il suo intervento. La sua intelligenza le permette di appoggiarsi al mio privilegio. Non abbiamo mai posto la questione in questi termini anche perché in fondo lei sa che, sebbene possa espormi di più, anche io ho bisogno di continuità contrattuale. Il privilegio ti cresce dentro e aspetta il momento giusto per manifestarsi; chi non è privilegiato se ne accorge subito da dove viene quella parola specifica che hai usato, quel gesto della mano che hai fatto mentre il capo teneva un discorso sulle mansioni dei nuovi assunti. Gran parte del mio merito è presunto, ma non comprendo fino in fondo questa affermazione, dal momento che mi sento a mia volta meno privilegiata di altri. Si torna sulla questione delle origini anche quando prendiamo lo stesso treno ad alta velocità, ci riconosciamo alle mostre temporanee nei musei più attivi, semplifichiamo la nostra storia, differenze generazionali incluse, con stereotipi, spesso positivi; visitiamo tombe monumentali di grandi pionieri dell’industria e ci sorprendiamo se affidabili testimoni raccontano che in punto di morte hanno parlato della sensazione di aver sprecato il loro tempo.    

Zaynab mi ha raccontato che da adolescente girava con il certificato di verginità nella borsa per mostrarlo in caso di malelingue e ottenere, così, il rispetto delle famiglie delle sue amiche e il permesso di frequentarle.

Dopo aver cenato provo a rileggere la relazione e la avviso mentre gliela invio. Preservo il nostro rapporto con atteggiamenti pratici e non nascondiamo che siamo utili l’una all’altra. Un’ora più tardi mi arriva il suo messaggio notturno, Questa storia dell’occhio mi fa venire in mente una regola grammaticale della mia lingua. In genere, in arabo si usa il femminile per le parti del corpo che sono doppie (occhi, mani, orecchie, gambe, piedi). Le parti del corpo singole o centrali tendono invece a essere maschili. 

Pensiamo entrambe che nel caso di Mariam l’occhio è uno. L’occhio buono.

Mi dice poi che lui non accetterà il mio lavoro in questa forma perché, Non dici tutto tutto, e continua, Sai che lui sarebbe capace di inventarsi intere parti. 

Segue emoticon del sorriso con la gocciolina di sudore in fronte. 

Colgo subito l’allusione. Si riferisce all’episodio dei disegni dei bambini, a quanto pare testimoniato da più operatori che si trovavano con lui in Kosovo durante l’ultimo conflitto. 

Avendo considerato insufficienti i disegni realizzati dai bambini, uno dei principali strumenti di ricerca dei fondi a sostegno delle azioni umanitarie, l’attuale responsabile del nostro progetto aveva preso l’iniziativa di produrre lui stesso insieme ai suoi collaboratori disegni di bambini traumatizzati: missili, elicotteri, al posto dei loro gattini, alberi e sole. 

Rispondo a Zaynab che se questa volta non ho scritto tutto tutto tutto è perché tanti dettagli non li conosco e non perché abbia esagerato con l’ellissi confondendomi tra quando scrivo per lavoro e quando scrivo non-per-lavoro. 

Questa volta non ho fatto in modo che Mariam mi raccontasse ogni cosa per delineare a nostro modo il perimetro del suo trauma; la verità è che ci sentiamo fuori luogo sia davanti al loro silenzio che alle loro parole. Ci aspettiamo il racconto del dolore in ossequio al nostro paradigma narrativo, insistiamo, ed è per questo che non ricordo neanche più il nome di quel professore che a un corso di formazione ci disse che stava sperimentando un approccio terapeutico a tutela delle differenze storiche e culturali dei contesti dove le violenze sono commesse, esplorando modelli terapeutici diversi da quelli essenzialmente individualistici. L’esperienza non va sempre pensata, ripercorsa da un individuo isolato, ma vissuta e sentita all’interno di una collettività. La liturgia della parola, il ritornello della rielaborazione, suonano come formule vuote in molti casi. Ci sono riti collettivi per la tutela della memoria.

Zaynab interrompe il mio flusso di coscienza – raggiungendomi con un vocale – e mi chiede, Ma dov’è la collettività di Mariam?, la comunità con cui condividere la sua memoria, i suoi simboli? Guardati intorno. Dov’è?

Come posso darle torto? 

A volte anche ai membri della diaspora appena arrivati vengono proposte strategie prossime al grottesco che tendono ai due estremi della cura: Xanax o meditazione trascendentale arti marziali jogging. Mentre Zaynab continua a parlare, sorrido per un istante perché penso all’improvviso alle mie resistenze, per quanto attratta, verso la teoria vedica della nostra anima che si sceglie la famiglia in cui nascere.  

Ma cosa so dell’occhio di Mariam?

(lei stava andando a prendere l’acqua per la famiglia) ieri è guarita da tre giorni di febbre (è stata colpita dalla scheggia di un ordigno) si stropiccia gli occhi, entrambi (è venuta in Italia con la speranza di rendere dritto l’occhio) la palpebra è solo una protezione mobile (non pretende di riacquistare la vista, ma vorrebbe che da fuori diventasse come l’altro) è l’organo trasparente (la rottura dei muscoli oculari e lo strabismo) a occhi chiusi (non vuole più rispondere alla domanda, cosa ti è successo all’occhio?) ce la metto tutta per avere l’occhio (quando deve rispondere alla domanda sull’occhio diverso, dice, quello diventa ancora più bianco) il conto degli anni (sua madre aveva capito che non era una semplice ferita) la domanda nasce dalla differenza dell’occhio dall’altro. 

Comunque devi correggere, mi consiglia Zaynab. È quasi mezzanotte e io dovrei darle retta. Eppure, penso a quella volta in cui lei stessa, mentre guardavamo un film girato in Marocco, mi parlò dello yellow filter, un filtro fotografico colorato che lascia passare la luce gialla e assorbe la componente blu dello spettro. Nei film è diventato una scelta visiva ricorrente per caratterizzare ambienti ritenuti caldi, polverosi o esotici, ma negli ultimi anni è stato molto criticato per il modo in cui altera la percezione culturale di intere regioni. Questa tecnica prevede un color grading in postproduzione che spinge l’immagine verso toni gialli, ocra e seppia.

Scurisce il cielo azzurro, rendendo le nuvole più definite e drammatiche, dice una i.a., prontamente interrogata. 

Il giallo viene associato a: calore e aridità, per suggerire temperature elevate, tensione e instabilità, soprattutto in scene d’azione o criminalità, atmosfere polverose, anche quando non corrispondono alla realtà.

Una scorciatoia narrativa, penso: basta un filtro giallo per comunicare siamo in Messico, siamo in Nord Africa o in Asia sud occidentale (SWANA), siamo nel sud del mondo.
Film e serie che lo usano in modo evidente, continua la i.a.: Traffic (2000) – Usa il giallo per tutte le scene ambientate in Messico, contrapponendolo ai toni blu degli Stati Uniti. Breaking Bad (2008–2013) – Le scene ambientate in Messico sono pesantemente virate al giallo per suggerire calore, pericolo e caos.
Extraction (2020) – Ambientato in Bangladesh, è stato criticato perché trasforma luoghi verdi e vivaci in paesaggi giallastri e cupi. Black Hawk Down (2001) – Considerato uno dei film che ha consolidato questo stile visivo.

Perché è considerato problematico?

L’uso sistematico del giallo per rappresentare intere aree del mondo crea una sorta di “codice visivo” che esotizza e distorce la realtà di paesi molto diversi tra loro, rinforza stereotipi su povertà, criminalità e instabilità, uniforma culture e paesaggi che nella realtà sono ricchi di colori e sfumature. Molti critici parlano di una vera e propria “geografia cromatica” del cinema: giallo per America Latina Africa Sud Asia, blu per paesi ricchi e tecnologici, grigio per l’Europa dell’Est.

A distanza di tempo faccio una microrecensione di quel film visto insieme e potrebbe essere: riprese in esterni, spesso per strada, in tutte le famiglie c’è chi costruisce e chi distrugge, gli eccessi di pathos si rivelano funzionali al tentativo di far comprendere gli attacchi di panico della protagonista. 

Mi sta bene parlare di noi attraverso la storia dei personaggi del grande schermo, una forma di tecnologia del sé che apprezzo perché ci permette di toccare argomenti che non tireremmo mai fuori di nostra iniziativa, come l’esistenza delle creme sbiancanti per le parti intime.  

Per ottenere il rispetto di un detenuto che la giudica in quanto donna musulmana senza velo, Zaynab è stata costretta a chiedergli, Come puoi tu giudicarmi? Ti ricordo che sei dentro per omicidio. 

Si è fatto tardi. Dovrei provare a dormire, ma apro di nuovo il file.  Per attenuare la dispnea che sta iniziando a bloccarmi il petto un respiro ogni cinque, so cosa devo fare; per provare a seguire il consiglio di Zaynab, per non rischiare il rinnovo del contratto di lavoro, per proteggere il silenzio di Mariam, per rimandare la mia fame d’aria che di solito insorge in posizione supina e, quindi, per ritardare il momento del sonno, so cosa devo fare: inventare.