Non ho mai visto un film porno: non provo interesse per la carne svestita, l’accoppiamento fra portatori di genitali, l’amplesso come cardine dell’intreccio. È per questo che quando è accaduto la prima volta non avevo idea di cosa fosse, tutta quell’acqua. A dirla fino in fondo non l’avevo manco vista: fu lui ad avvisarmi, non senza malagrazia: Giada, hai fatto un lago. Ma come ci eravamo arrivati a quel punto? Ero da lui per un colloquio di lavoro, io che un lavoro, come dice un verso di Gilda Policastro, non l’ho mai voluto cercare. E allora perché c’ero andata? Non sa, non ricorda. Ero lì come tante altre volte sono stata in posti che non avevo scelto e in cui non mi sarei mai voluta trovare. Metti, una sala d’aspetto. Il mio culo è vergine, non per i medici. Il corpo che svesto senza imbarazzo soltanto negli ambulatori ha ospitato tubi in anfratti che non saprei nominare, credo ovunque fosse possibile intruderli, ma dormivo. Non sa, non risponde. Al risveglio, facce di infermiere mimano ok. Questa volta non è altrui, la diagnosi che aspetto. Ho dato precise istruzioni che sia io a riceverla e non il mio accompagnatore, un collega con l’aria di chi in effetti si è trovato invischiato in quest’accollo senza compartecipazione né obbligo. Giada? Ed è lì che apro gli occhi, realizzando di trovarmi in una sala nuova, diversa da quella dell’indagine diagnostica invasiva. Dove gli occhi si erano di botto serrati come quando arriva il sonno naturale, ma in quel caso lì non è a piombo, piuttosto una saracinesca elettronica che lemme lemme fa il suo corso sesquipedale, qui invece, zac, faccia bei pensier…non aveva manco finito di dire mister anestetico.

Il primo era stato proprio l’acqua, che ancora non chiameremo col suo nome, il nome verrà dopo, più avanti. Hai fatto un lago, Giada. Ma perché un colloquio di lavoro si trasforma in un accoppiamento ubertoso fra portatori di genitali, e l’amplesso (sempre piuttosto accidentato per entrambi) diventa il culmine dell’intreccio? Succede, a volte, che le cose succedano. Non le decidi, non le nemmen vuoi. Sei lì per rispondere a domande sui tuoi interessi i tuoi obiettivi e le tue skill, e ne scopri una che non avresti potuto immaginare, che ti ascende a quell’altra sfera cui mai avresti pensato di poter – o giusto per scambio di persona – anche solo vagamente essere ricondotta, fino a un minuto prima. Sei una che squirta di solito, sta chiedendo mentre cerchi per conto tuo una spiegazione, a tutta quell’acqua. Non hai la benché minima idea di cosa significhi, così come non ce l’avevi quando mister gastro ti ha detto ch’eran riusciti a guardare fino all’ileo. Entrambi i significati sono demandati a un poi che verrà quando ti ricollocherai nel cronotopo abituale col sembiante nuovamente eretto, issata: nella vita orizzontale devono bastare i significanti. Ma infine, cosa ci sarà da capire. Si è prodotto quel fenomeno, tanto basta, e però non sai se sia bene o male, bello o brutto, patologico o del tutto normale, non ti pare abbia ingenerato o accompagnato un incremento apprezzabile di piacere, di aver goduto di più, di essere, come dicono i maschi, “venuta”. I maschi lo chiedono, anzi: sei venuta? Io, maschi, ve la rispondo una volta per tutte questa domanda: no, mai. Però, ecco, il fenomeno inedito, un qualche piacere astratto lo dà: ti colloca d’imperio nell’ambito del discorso in cui avresti qualche volta voluto transitare, fra gli apprezzamenti impronunciabili senza abbassare di svariate tacche i decibel, o ridacchiarne, a una donna che fa cose coi maschi, non mi fossi ritrovata in zona pubertà con questo packaging srapante. Secca. Senza seno. Pochi fianchi. Una conformazione efebica non atta alla maternità, all’uh oh ah della soddisfazione (sempre troppo teatrale) del maschio. Ho anche la bocca piccola, difficile immaginarsi il cimento in chissà quali saliscendi linguali sulla zona penico-scrotale. Hai paura a tirar fuori la lingua? Bizzarro che lo chiedano proprio a una famosa per dire sempre quello che pensa, con dei costi sociali tipo No, Giada meglio di no, che non va d’accordo con quello e quell’altro, in numero variabile da poche unità a tutta la tavolata post evento, oppure passare il Natale da sola, che non ti invitano più manco i familiari sopravvissuti al bowling delle metastasi, per citare un altro verso di quella là. Però tornata a casa lo googli, squirtare (anche ileo, dopotutto), certo che lo googli. Che cosa vuol dire, alla fine, niente di cui inorgoglirsi, reazione di ghiandole impazzite per la stimolazione violenta delle dita o del membro. Tutto qua? Tutto qua.

A fare la differenza è che non si sa bene perché, ma non a tutte le donne succede, e a quelle a cui sì, non tutte le volte. Altro che ricerca di un lavoro, l’ossessione diventa questa nuova competenza scoperta per sbaglio. Non ci dovevo andare, a quel colloquio, mi ci sono trovata. Come ti trovi sotto un palazzo mentre svuotano chissà perché bottiglie dalle verande e bestemmi per il quarto di stipendio appena devoluto  a Enoch Capelli, o in un posto dove si assegnano prebende e si ricordano che ci sei, ma sì, chiamiamo Giada, stavolta che si può, che non ci costa. Quel giorno eri in effetti da quei pizzi, e persona che conoscevi di strafaccio ti ha visto mentre fumava al portone e ti ha agganciato. Perché non provi pure tu, magari un lavoro ti serve, ti fa bene, ti svolta la giornata. E così sei ancora e sempre disoccupata ma in compenso con questo nuovo hobby di chiedere a tutti gli amici se pure le loro donne, nell’occasione in cui, e cercando di ricordare se davvero non fosse mai capitato a te, prima di allora. Ci pensi quando vai a dormire, tutte le sere, forse ci hai pensato anche un nanosecondo prima di cadere tramortita dal Propofol. Chiedi all’infermiera che t’ha svegliato se nel mentre russavi. Dice che in verità mugugnavi. Speri di non aver farfugliato quel che temi. Non lo dici a voce alta, di solito, se non a psico, ti accontenti di sentire addosso forse visibile in qualche nuova nuance della faccia il privilegio di questa stupefacente competenza allagatoria. Che m’importa della scortesia dell’impiegato postale, della cassiera al pam, del dirimpettaio che in treno non si tappa le orecchie infestate dalla musica con le cuffie fattapposta, del dentista che aziona i macchinari all’alba e passa il resto della giornata a litigare su Skype con l’amante: io sono una che squirta. Ma poi passa. Come passano gli amori, le stagioni, i racconti di Giada. Passa tutto, perché dobbiamo morire e l’acqua che ci serve è quella con cui innaffieranno i fiori, se il giaciglio eterno sarà sulla terra, oppure nei vasi in cappella. Mio nonno dedicò un decennio della sua vita a progettarla. Ogni volta che ci vado conto con terrore gli spazi vuoti. Sono attratta dalle facce, come le vedessi per la prima volta. Quella di mio padre è su in cima, gli zii dicono che bisognava inclinarla perché così si vede poco. Anche mia madre è alta, i nonni sono a portata di sguardo perché i loculi si riempiono dal basso. Poi si passa all’altare, la zia spolvera io tolgo gli ammennicoli. Tre poesie di mio padre per mia madre su supporto ligneo congegnato da lui medesimo. Mio padre e mia madre non si sono mai detti cose tenere, mio padre anche nelle poesie è più preoccupato della metrica che dei sentimenti e si fa tornare i conti con le zeppe o in sinalefe. Mio padre legava tutto con le corde, con lo scotch, aggiustava. Mia madre che pure era taccagna integralista avrebbe preferito comprare cose nuove, a quelle toppe. Litigavano. Hanno litigato trent’anni, prima di morirsene in tre scarsi, entrambi, uno via l’altro. Giada ha pensato a tutto questo sesso per togliersi dalla testa due cose: la mano di suo padre che ruota nel senso della terra, senza che mai si fosse capito a dire cosa. E sua madre che si toglie l’ossigeno per parlarle l’ultima volta. Non le sarebbe piaciuto affatto che Giada raccontasse i fatti suoi a tutti. Ma tutti sono le persone una per una, quelle che squirtano, quelle che non sanno cosa voglia dire, quelle che hanno fatto l’esame diagnostico invasivo mentre ad aspettarle c’era uno che quasi passava lì per caso. Le persone sono fatte anche così: capitano a caso. E casualmente, pure, se ne muoiono, se ne vanno.