Giada, ma solo la letteratura? No no, anche il cinema. Il cinema? Eh. Attori? No, cioè sì, ma prima di tutto produttori. Un produttore. Forse il produttore. Un tipo comunque molto circolante. Circolante in che senso? Talmente iperespanso e ramificato che arrivò finanche a me. E come? Me lo ricordo invero perfettamente. Era uno di quei giorni in cui i capelli non stavano bene affatto e mi ero rifugiata col tuppo d’ordinanza in BNCR (Biblioteca Nazionale Centrale Roma, per chi si è fermato alle superiori). Avevo una canotta abbastanza scollata, sebbene non potessi esporre gran merce, ma l’eterno studioso del tavolo accanto spizzava, quindi nonostante i capelli a crocchia ero appagata e soddisfatta di me, per quel che riuscivo coi miei molti complessi. Fu per questo, forse, che non mi sconcertò del tutto la chiamata della segretaria del produttore. Voleva vedermi per un provino. La situazione era ai limiti del verosimile, un editor avrebbe detto togli togli, chi vuoi che chiami una in BNCR coi capelli non lavati per un provino. Nella scena a seguire Giada è in motorino con il produttore. Scorrazzano come Moretti in Caro Diario senza il vulcano, la malattia e il cameo di Valerio Magrelli. Hanno un obiettivo, ma non è comune. Il produttore ha ambizioni letterarie, sa che Giada è molto temuta come critica, vuole ingraziarsela. Ma questo lo capiremo dopo, non qui. Giada ci va più volte, in sella. È bello andare in motorino, il produttore sa essere molto persuasivo e allo stesso tempo protettivo. Giada non sa resistere a questo tipo di avance che sa di padre: crede sia una forma di affetto più che di seduzione, ma è solo che non capisce le vere intenzioni. Le vere intenzioni non sono nemmeno portarsela a letto, ma averla alleata, o non averla nemica. Giada avrebbe dovuto sfruttare quel ruolo, la posizione che si era conquistata da neolaureata, quando leggeva il Supplemento e ogni settimana scriveva all’amico critico: mi presenti ai Redattori? Mi fai Collaborare? E lui, il Critico amico, diceva Non posso, Giada, perché io non ho nessun potere nel Supplemento, il Supplemento decide da solo, chi fa scrivere e chi no. Giada si rileggeva un po’ interdetta queste mail di risposta del Critico amico, perché dai, mo’ il Supplemento è un’entità che decide, addirittura autonomamente, e non un fatto di reti, relazioni, raccomanda tizio che domani sarà Caio a raccomandarsi a te, e via così, come nella storia degli aggregati umani dal primo insediamento in Uruk, Mesopotamia? Sta di fatto che Giada, tignosa come le blatte, s’insinua nel Supplemento. Amico Critico ha bisogno di lei perché non ha voglia di scrivere di un libro su Pirandello. È un tuo autore, no? Come no, qualsiasi autore, pur di supplementare. E così supplementa oggi e supplementa domani le affidano una rubrica chiamata Bersagli, e lì picchia duro senza porsi mai problemi, perché Giada, divenuta critica, sebbene minuscola, pensava di essere in diritto e dovere di prendersela coi libri brutti, che non sono una protesi delle persone da cui provengono, ma, formularmente, il frutto del loro ingegno. Se viene difettato, sto frutto, bisogna fare il reso. E il reso della critica è la stroncatura. Così tutti hanno paura di Giada e anche al produttore è giunta voce che è meglio se poi sta Giada si fa i cazzi suoi, quando esce il suo libro sulla vita criminale della periferia di sai quale Nepal o sud est asiatico. Ok, andata. Siamo sulla scrivania del produttore, traballano le foto del mare, il figlio, la nipote, e la ovviamente moglie. Giada sta, classicamente, praticando una fellatio aka pompino al produttore. Ma non è come pensate, perché non vuole nessuna parte: il paradosso è che sia il produttore a volere qualcosa ovvero il suo silenzio, e trova quel modo lì, un po’ patetico e antico come l’epodo di Orazio (l’avevamo già detto altrove, no, che era l’ottavo) di tapparle letteralmente il cavo orale. Fa schifo sì, ma tu, Giada, cosa volevi da lui? Il bello è che risponderebbe: Niente. Non vuole mai niente, Giada. E allora perché ci va? Non sa, non risponde. Così quella volta con l’attore mediamente noto, che l’aveva fatta recitare in un suo spettacolo, una piccolissima parte per cui la gente l’aveva fermata un paio di giorni in strada, poche persone, e nemmeno ben sicure che fosse lei.

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La gente Giada l’ha sempre fermata scambiandola per qualchedun’altra. Uno s’era fissato ch’era la Canalis, alla fermata dell’autobus. Mannò ti dico, guarda come sono bassa, e non ho nemmeno le tette! E niente, dài che era la Canalis in incognito e scrivimi il nome sulla mano, ti prego ti prego. Con attore noto non viene bene, scopano di straforo, in piena e conclamata ennui, a lei lui non piace, forse nemmeno lei a lui: perché il sesso non è come le conversazioni che vengono meglio tra estranei, quell’inventare facile come dice Caproni. No, il sesso devi saperlo sturare dall’epifenomeno straniante perché altrimenti sarebbe l’ultima attività desiderabile o almeno non da praticare in corpore vili (e villi o velli). La miseria di quello che ne resta, pulirsi, scostarsi, mai e poi mai è come in Ninphomaniac, il rivolo, la ninfetta, ellissi. Ecco, forse è che non ci sono gli stacchi, a proposito di cinema, che niente è eludibile in fatto di prima e poi, tutto è spixellato come in un reel cafone Io te e il mare. Ma tu, cosa vorresti, Giada, dagli uomini. Quand’ero al liceo, risponde Giada, le mie amiche videro Nove settimane e mezzo, una ci confidò che il padre glielo aveva proibito perché non smettesse di credere nell’amore. Giada non ne era troppo incuriosita, anche se l’opinione del padre dell’amica, che per accidente era una persona la cui crescita si era arrestata per qualche trauma fisico occorsogli da bambino, aveva ingenerato il sospetto che fosse invece esattamente il film da vedere, perché cosa poteva saperne dell’amore (allerta scorrettezza) un nano. Così pensava Giada, al liceo perlomeno. Poi si sarebbe ricreduta, perché l’amore è propriamente una cosa da gente con qualche deformità: o meglio tutti i corpi, vuoi o non vuoi, hanno delle deformità e se la civiltà marcia nel senso del nascondimento, l’amore è proprio una specie di metal detector dei trucchi, passi il segno delle mutande e decade tutto l’apparato dissimulatorio, sei come sei, brutto e pestilenziale e funziona miracolosamente lo stesso. Tutto questo per dire che Giada poi quel film lo aveva visto a pezzi sul Tubo e aveva marcato irrimediabilmente il suo immaginario dell’amore nel senso contrario a quello predicato dalla persona piccola. Era proprio quella cosa lì, l’amore, Kim Basinger che si fa imboccare peperoncini innaffiati col latte e ispezionare il raso mutanda coi cubetti di ghiaccio. Con le genti di cinema non è così che va, però, e più spesso hanno questi slanci limitati a una trovata verbale riciclata dai personaggetti finzionali intercambiabili che non hanno mai fatto ridere nessuno, di sicuro non Giada. Giada al cinema non ride mai. Se la fila ride, se ridono dalla prima all’ultima fila, anzi, lei è quella che no, non ha riso, o pochissime volte in vita sua. Con tutte quelle disgrazie addosso, di cosa può mai ridere Giada. Una volta ha riso fino alle lacrime con un tipo conosciuto a un festival. Questo tipo qua, amico di attori, la stava accompagnando in camera perché era buio e voleva essere galante. Adesso ti scorto in hotel e poi vado. Lo disse in modo che si capì ti scopo, se ne avvidero in simultanea e sì, in quel caso sì che Giada rise. E sì, forse scoparono, forse no, ma a chi importa. Non è mica questo, il sugo della storia.

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Un’altra volta, sempre a un festival, un attore teneva banco e ridevano tutti, nel modo in cui si ride a tavola, più per compiacenza che per convinzione. Attore che fa ridere tutti meno Giada, la fissa e si lamenta che non stia ridendo. Ma ti puoi lamentare di una cosa del genere? La battuta conseguente di Giada, quella sì, faceva ridere, ma non si può ripetere perché è un calembour sul nome e se rubare il telefono a Giada potrebbe mandare in galera la letteratura (abbiamo detto pure  questo), il cinema lo rimpiomberebbe nell’incubo metoo da cui tutti, vuoi o non vuoi, sono contenti di essere passati più o meno indenni (immeriti o meno che fossero). Tra l’altro Pirandello si fa alle medie e le medie le hanno fatte pure le genti cinema: i diritti della fantasia sono inalienabili. Non esiste nessun produttore, facciamo così, e nessun cinema attorno a Giada, solo e sempre letteratura. È tanto che non pratica il cinema, Giada. Da quella volta che una regista le chiese un soggetto per un film. Sai, Giada, diceva questa regista che aveva girato cose di nicchia, sempre un po’ engagé ma con attori d’acchiappo, sulla scuola di film ne esistono un bordello, mentre nessun regista ha mai parlato di università. Tu che la conosci dall’interno, lo vogliamo fare un film su queste cose che succedono, i professori e le studentesse e tutto questo laidume e lercizia, tipo college americano, però, che so, a Sassari o a Teramo. C’è, a Teramo, l’università? Mah, diceva Giada, non so se è poi veramente interessante, farci un film, sono dinamiche molto comuni, il maschio di potere, la donna…eh ma noi dobbiamo rovesciare il cliché, diceva la regista: è la donna che si fa consapevole del suo potere, e diventa lei, la baronessa-mantide. Ah, lei. Giada butta giù un soggettino, glielo fa leggere, ma la regista si lamenta che non c’è mordente, che manca il bar. Il bar? Il bar, sì. Il bar al cinema è fondamentale, è nel bar che i tipi umani si incontrano, Giada. Esiste un bar, all’università? Mah, non saprei. Una volta effettivamente ero a questo bar prima dell’esame e mi stavo strozzando con un tramezz…basta ’ste disgrazie, te, Giada, devi raccontare il sesso. Il sesso. Il sesso, sì, e il bar. Il sesso e il bar? Sì, il sesso e il bar, all’università. Una cosa che attira tutti di Giada è che lei vive surfando (nel senso di non trovarcisi mai in mezzo, ma sempre un po’ di sguincio, da lato) sia il mondo di quelli che vanno alle cene mondane (la letteratura) e sia il mondo di quelli che vanno alle cene sociali (l’università). Cene sociali che, va precisato, non hanno proprio nulla di amichevole: si chiamano così perché sono le cene degli associati a una qualche categoria di settore e sono cene che talvolta, com’è fatale, finiscono in camera da letto, specie se i rapporti sono sfalsati, se lui è potente, metti, lei no e ha paura a sottrarsi, perché magari la cena lui gliel’ha anche pagata. Allora, Giada, da dove cominciamo. E stava fermo, immobile. Giada fa tutto lei, che ha imparato da quei suoi mezzi provini e tante recite, nel tempo, come spogliarsi. Giada, grida lui senza mai toccarla, sei un film porno, Giada! E se ne viene da solo, col coso in mano, sbatacchiando. Come il produttore, come il cinema scadente, come il teatrino di tutti quegli oh-ah-uh, dio, vengo vengo, Giad-aaaah. Quella volta del bar, comunque, Giada disse di no, alla regista, che lei non lo voleva fare il cinema davvero, e voleva, sissignore, fare solo (e ancora e sempre) la letteratura.

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