Visto che ormai da oltre cinque anni sono tornato a insegnare nella mia città, volevo raccontare un po’ alla famiglia finlandese cosa succede, nel dettaglio, in una classe di Siracusa quando provi a cambiare un po’ metodo, affrontando in maniera specifica il problema dello studiare giocando e divertendosi sollevato dalla lettera. Così, per amore del resoconto e dell’analisi.

Certe volte in classe facciamo dei Kahoot. Non so se sia il caso di spiegare cos’è un Kahoot, perché in molti di sicuro lo conoscono, ma tanto ci vogliono dieci secondi: è un quiz che si gioca con la Lim e i telefonini. Una domanda compare sullo schermo della Lim e i ragazzi hanno in mano il loro telefono che diventa una specie di telecomando sul quale scegliere l’opzione corretta nel minore tempo possibile (ricordiamoci questo dettaglio, che chi risponde prima degli altri fa più punti).

Sono divertenti, i Kahoot sono divertenti anche per l’insegnante, che di solito prima li prepara, o quantomeno li sceglie, e dopo muore dalla voglia di giocare pure lui. Io mi camuffo con uno pseudonimo e di solito i ragazzi ci mettono due o tre manches prima di chiedere, scusi prof, ma chi è questo Ugo della Panziera che risulta al primo posto e finora non ha sbagliato nemmeno una risposta? E io, boh, che ne so io, fatti i fatti tuoi, tu, gioca. Quando mi scoprono, nego e do la colpa a qualcun altro, di solito a Jonathan, che è molto piccolo e indifeso, dico che Ugo della Panziera è lui, gli schiaccio l’occhio, lui mi regge il gioco per altre due o tre manches, poi i ragazzi dicono sì vabbe’ Jonathan ancora non sa manco leggere le domande, come fa a rispondere dopo tre secondi, e a quel punto mi faccio minaccioso: ok, sono io, e allora? Non posso giocare? Solo voi dovete giocare?

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